Dobbiamo imparare l’infinito nell’universo

Quando pensiamo all’infinito nell’universo, ciò che ci appare impossibile diventa lecito. È un po’ come scorgere nel buio le sagome delle cose: dapprincipio non si distinguono, ma poi, man mano che gli occhi si adattano all’oscurità, un nuovo mondo emerge. Così esercitiamo la fantasia e impariamo la meraviglia. Dai, proviamo.

Max Tegmark, professore di fisica al MIT, ci propone un esercizio mentale sul mondo: il Level I multiverse. Questa ipotesi non è una teoria fantasiosa. Non presuppone nuove regole della fisica, né fa riferimento a universi paralleli nati da scelte quantistiche o a dimensioni nascoste. Al contrario, è una conseguenza naturale, quasi sorprendente, di ciò che già conosciamo: un universo molto più vasto di quanto siamo in grado di osservare. Ed è proprio qui che l’infinito nell’universo inizia a sorprenderci.

Viviamo all’interno di una regione osservabile dell’universo: una sfera di spazio oltre la quale la luce non ha ancora avuto il tempo di raggiungerci. Tutto ciò che conosciamo — galassie, stelle, pianeti, noi stessi — è contenuto lì dentro. Non esistono valide motivazioni per credere che l’universo termini subito dopo il nostro orizzonte. I modelli cosmologici più semplici e meglio supportati dai dati suggeriscono che lo spazio possa essere infinito, oppure talmente vasto da rendere la distinzione irrilevante. L’infinito nell’universo sfida così il nostro buon senso e ci obbliga a pensare oltre i limiti abituali.

Consideriamo ora una regione di spazio grande quanto il nostro universo osservabile. Al suo interno, la materia e l’energia possono disporsi in un numero enorme di configurazioni fisicamente distinte, ma non infinito. Gli stati possibili sono finiti, seppur vertiginosamente numerosi. Ma se lo spazio è infinito e le configurazioni possibili sono finite, la ripetizione diventa statisticamente inevitabile. In una di quelle regioni esiste una galassia identica alla Via Lattea, con un sistema solare identico, una Terra identica e persino una copia di te che sta leggendo queste stesse righe.

Non è una metafora. È una conseguenza statistica. Nessun destino, nessuna consolazione. Il Level I multiverse non promette nulla. Non garantisce seconde possibilità. Non assegna significati nascosti. Le copie esistono, ma non comunicano, non collaborano, non si consolano a vicenda. Esiste solo la constatazione che, dato abbastanza spazio, l’improbabile diventa ordinario.

Forse il punto non è chiedersi se questa idea ci piaccia o meno. Forse il punto è accettare che l’infinito nell’universo non ragiona come noi. Nel finito la ripetizione è sospetta, l’unicità sembra garantita. Nell’infinito tutto ciò che è possibile accade, e accade infinite volte.

Il Level I multiverse è il primo gradino di questa vertigine. Un invito a lasciare che gli occhi si adattino al buio.

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