Il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli

Così è descritto l’Aleph nel racconto dello scrittore argentino Jorge Luis Borges. Un punto minuscolo, iridescente, capace di contenere simultaneamente la totalità dello spazio. È l’infinito.

L’incontro con l’Aleph, però, non avviene in modo solenne. Nel racconto, il narratore vi si imbatte quasi per caso, scovandolo sotto una scala di un seminterrato destinato alla demolizione. In un luogo mediocre, transitorio, si nasconde ciò che eccede ogni misura. Eppure, chi osserva l’Aleph vede città e foreste, strade e deserti, mari e montagne; vede dettagli minimi e scene decisive, tutte insieme, senza ordine né gerarchia. Non è un viaggio: è la percezione di un infinito che non si percorre, che non si misura, che si constata come dato.

Il nome Aleph non è una scelta ornamentale. Borges lo prende in prestito dalla matematica di Georg Cantor, che con quella lettera ebraica indicava le grandezze dell’infinito. Gli aleph di Cantor non sono simboli poetici, ma numeri a tutti gli effetti: numeri che misurano l’infinito. L’Aleph di Borges sembra incarnare proprio questo salto concettuale.

Non è un infinito che si ottiene aggiungendo sempre qualcosa, come una conta senza fine. È un punto che contiene tutto ciò che esiste in un solo istante, senza successione, senza percorso. Nell’Aleph non si entra passo dopo passo: lo si vede tutto insieme, oppure non lo si vede affatto.

Nel racconto, il narratore vede l’Aleph, ma non può trattenerlo. La mente umana non è fatta per abitare una totalità simultanea. La memoria comincia subito a perdere dettagli, a ricostruire, a semplificare. L’esperienza dell’infinito è reale, ma non è sostenibile. In questo senso, Borges sembra suggerire ciò che Cantor aveva già mostrato sul piano matematico: l’infinito non è a misura d’uomo. Possiamo nominarlo, distinguerlo, persino classificarlo, ma non possederlo intuitivamente.

L’Aleph diventa allora il punto in cui letteratura e matematica si incontrano senza confondersi. In entrambi i casi, l’infinito non è una promessa di completezza, ma una prova dei limiti dell’intuizione.

Un invito — o forse una condanna — a riconoscere che la realtà, almeno in parte, eccede strutturalmente il modo in cui siamo fatti per pensarla.

By

·

Rispondi

Scopri di più da Maurizio Luerti

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere