Tutto ciò che avremmo potuto essere quaggiù, lo siamo altrove

In L’Éternité par les astres (1872), Auguste Blanqui immagina un universo in cui le possibilità non si perdono. Ogni scelta mancata, ogni strada abbandonata, ogni esitazione genera altrove una continuazione. Non come metafora consolatoria, ma come necessità: una vera ripetizione cosmica delle possibilità.

Un uomo si trova davanti a due carriere: una conduce alla miseria, l’altra alla gloria. In questo mondo ne imbocca una. Altrove, un suo sosia percorre l’altra. Una terra per ogni biforcazione, poi un’altra ancora, e un’altra ancora, in una proliferazione senza fine. L’esistenza si sdoppia, si moltiplica, si dirama migliaia di volte. Ognuno di noi possiede varianti innumerevoli di sé: identiche nell’individualità, divergenti nel destino.

Blanqui osserva che, benché la casualità sembri dominare le nostre vite, «la fatalità non trova un punto d’appoggio nell’infinito». Nell’infinito non c’è alternativa esclusa, non c’è possibilità respinta: c’è posto per tutto. L’infinito non sceglie; conserva. È proprio questa conservazione integrale a rendere inevitabile la ripetizione cosmica delle possibilità.

È un’idea vertiginosa. Se ogni possibilità è realizzata da qualche parte, allora nessuna decisione è assoluta. Qui siamo una versione; altrove, tutte le altre. Il passato è definito solo per il nostro frammento di universo. Nel cosmo, ogni deviazione è già stata percorsa, ogni variante è impressa nella trama della materia.

Questa moltiplicazione di terre e varianti non significa che possiamo ignorare il peso delle nostre scelte. Anche se, altrove, ogni possibile percorso della vita viene effettivamente realizzato, noi viviamo solo la nostra versione. Le altre varianti non alleviano il rimpianto, né cancellano ciò che abbiamo perso o ciò che non siamo diventati. Ci mostrano però che l’infinito delle possibilità esiste al di là della nostra esperienza diretta: la vita che viviamo è soltanto una delle molte configurazioni possibili dell’esistenza.

Forse la domanda più interessante non è se queste altre vite esistano davvero, ma cosa significa per noi sapere che, in qualche modo, ogni possibilità trova il suo compimento altrove. Ci cambia, ci libera, o ci lascia ugualmente vincolati alla nostra singola esperienza?

Molti anni dopo, Jorge Luis Borges avrebbe trasformato questa intuizione in immagini narrative: i sentieri che si biforcano, i mondi paralleli, le copie che divergono. Ma in Blanqui l’idea è ancora nuda, quasi crudele: l’infinito non è consolazione, è moltiplicazione.

Solo sullo sfondo, quasi invisibile, si intravede anche la matematica. Quando Georg Cantor dimostrò che l’infinito non è un concetto vago ma una realtà strutturata, aprì la strada a una nuova forma di pensabilità: non un infinito come semplice “senza fine”, ma come totalità effettiva. Blanqui, da un’altra direzione, sembra intuire qualcosa di simile: un universo che non elimina nulla, che distribuisce le possibilità invece di annullarle.

Ma la questione resta esistenziale prima che cosmologica.
Se tutto ciò che avremmo potuto essere esiste altrove, noi qui siamo solo una delle molte edizioni di noi stessi?

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