Per secoli gli uomini hanno costruito mappe per orientarsi nel mondo. Una mappa indica una direzione, segnala i pericoli, suggerisce il percorso migliore. Ma nessuno confonderebbe mai una carta geografica con il territorio che rappresenta.
Eppure, fuori dalla geografia, questo errore lo commettiamo continuamente. Scambiamo le nostre idee per la realtà. Le nostre convinzioni per fatti. Le descrizioni per le cose stesse.
Ogni disciplina costruisce le proprie mappe. La scienza, la psicologia e la filosofia elaborano modelli sempre più raffinati, utili per orientarsi in territori spesso complessi.
Una teoria scientifica è una mappa. Anche le equazioni della fisica, per quanto straordinariamente efficaci, descrivono il comportamento della natura senza identificarsi con essa. Perfino la matematica, che Galileo definiva il linguaggio dell’universo, può essere vista come una mappa: uno strumento potentissimo per interpretare il territorio, non il territorio stesso.
La legge di gravitazione di Newton descrive con precisione il moto dei pianeti, ma non spiega che cosa sia realmente la gravità. Einstein ridisegna quella mappa mostrando che ciò che percepiamo come forza gravitazionale è l’effetto della curvatura dello spazio-tempo.
La nuova teoria non rende inutile la precedente: ne amplia il campo di validità e offre una rappresentazione più profonda del territorio.
Lo stesso accade nella psicologia. Freud traccia una prima cartografia dell’inconscio. Jung amplia quel territorio introducendo l’inconscio collettivo. Roberto Assagioli estende ulteriormente la mappa parlando di un Sé transpersonale che trascende l’Io individuale.
Le mappe migliori non sono quelle immutabili, ma quelle che sanno evolversi quando nuove osservazioni rendono necessario un cambiamento di prospettiva.
Le antiche carte geografiche riportavano spesso una curiosa iscrizione ai margini delle zone inesplorate: hic sunt leones (qui ci sono i leoni) o frasi simili. Non significava necessariamente che qualcuno avesse davvero visto dei leoni. Era un modo per dire: oltre questo punto il territorio ci è sconosciuto.
Ogni mappa possiede i propri hic sunt leones. Esiste sempre un punto oltre il quale le nostre conoscenze si interrompono. Vale per la fisica, che oggi cerca ancora di unificare relatività generale e meccanica quantistica. È vero per la psicologia, che continua a interrogarsi sulla natura della coscienza. È valido anche per la nostra vita personale, perché ognuno di noi interpreta il mondo attraverso mappe costruite dall’educazione, dalle esperienze, dalla cultura e dai ricordi. Sono strumenti preziosi, ma rischiano di diventare gabbie quando dimentichiamo che rappresentano soltanto una possibile descrizione della realtà.
Gli antichi cartografi scrivevano hic sunt leones dove finivano le loro conoscenze.
Ogni avanzamento della conoscenza nasce proprio dal coraggio di oltrepassare quei confini e disegnare mappe nuove.
Forse oggi i nostri “leoni” non si trovano ai margini del mondo, ma ai margini del modo in cui lo percepiamo. Le mappe non dipendono soltanto dal territorio, ma anche da chi lo osserva. Comprendere la realtà significa quindi comprendere anche il modo in cui la nostra mente la costruisce.
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