La mente costruisce la nostra realtà

Ciò che percepiamo ogni giorno corrisponde davvero al mondo così com’è?

Le neuroscienze ci mostrano che il cervello non si limita a registrare passivamente le informazioni provenienti dai sensi. Le seleziona, le interpreta, le integra con i ricordi, le aspettative e il contesto, costruendo quella che noi chiamiamo esperienza della realtà. Ciò significa che non percepiamo direttamente la realtà bensì il risultato dell’elaborazione compiuta dal nostro cervello.

Il neurofisiologo Vittorio Gallese ha osservato che la percezione non consiste nella semplice registrazione passiva di ciò che accade nel mondo. Ogni esperienza nasce dall’interazione continua tra gli stimoli provenienti dall’ambiente e l’attività del cervello, che interpreta, organizza e attribuisce significato alle informazioni ricevute.

Anche qualcosa di apparentemente semplice come un colore non è una proprietà intrinseca degli oggetti, ma il risultato dell’interazione tra la luce, il sistema visivo e i processi neurali che la elaborano. Una mela non è rossa in sé: riflette determinate lunghezze d’onda della luce, che vengono elaborate dalla retina e trasformate dal cervello nell’esperienza soggettiva che chiamiamo “rosso”. Lo stesso principio vale, in misura diversa, per tutta la nostra percezione.

Numerosi esperimenti mostrano quanto la nostra percezione sia il frutto di un’elaborazione mentale.

Uno dei più celebri è la scacchiera di Adelson, ideata nel 1995 dal ricercatore del Massachusetts Institute of Technology Edward H. Adelson. L’immagine mostra una scacchiera illuminata da una sorgente di luce che proietta l’ombra di un cilindro. Due caselle, indicate con le lettere A e B, appaiono chiaramente di colore diverso: la prima sembra grigio scuro, la seconda quasi bianca. Eppure, possiedono esattamente la stessa tonalità di grigio. L’illusione nasce perché il cervello non valuta il colore in modo assoluto. Tiene conto dell’illuminazione, delle ombre e del contesto, cercando di ricostruire quale sia il colore “reale” degli oggetti. Ciò che vediamo non coincide quindi con ciò che raggiunge la retina, ma con l’interpretazione che il cervello ritiene più plausibile.

Un secondo esperimento, diventato ormai un classico della psicologia cognitiva, dimostra un altro aspetto fondamentale della percezione. Nel 1999 gli psicologi Daniel Simons e Christopher Chabris mostrarono ad alcuni volontari un breve filmato nel quale due squadre si passavano una palla. Il compito era semplice: contare il numero dei passaggi effettuati dalla squadra con la maglietta bianca. Mentre i partecipanti erano concentrati sul conteggio, una persona travestita da gorilla attraversava lentamente la scena, si fermava al centro del video, si batteva il petto e usciva dall’inquadratura. Eppure, circa la metà degli osservatori non si accorgeva affatto della sua presenza. Il fenomeno prende il nome di cecità da disattenzione (inattentional blindness). Quando il cervello concentra le proprie risorse su un determinato compito, può ignorare informazioni perfettamente visibili, anche se straordinariamente evidenti.

I due esperimenti mostrano aspetti diversi dello stesso processo. La scacchiera di Adelson rivela che il cervello interpreta ciò che vede; l’esperimento del gorilla dimostra che il cervello seleziona ciò che considera importante. In entrambi i casi, la realtà percepita non coincide semplicemente con gli stimoli che raggiungono i nostri occhi.

Questo non significa che viviamo in un’illusione o che il mondo esterno non esista. Significa piuttosto che tra il territorio e la nostra esperienza della realtà esiste sempre una mediazione: quella operata dalla mente.

La celebre affermazione di Alfred Korzybski, “La mappa non è il territorio”, assume così un significato ancora più profondo. Non soltanto le teorie scientifiche sono mappe della realtà. Anche la percezione costruisce continuamente una propria mappa del mondo, sufficientemente fedele da permetterci di vivere e orientarci ma non coincide necessariamente con il territorio.

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