Siamo davvero nel migliore dei mondi possibili, come sosteneva nel XVII secolo Gottfried Wilhelm Leibniz?
La domanda non è solo suggestiva: nasce da una costruzione filosofica estremamente precisa.
Leibniz immaginava che, prima ancora del nostro universo, si desse un insieme di mondi possibili: non universi reali dispersi nello spazio, ma tutte le configurazioni logicamente coerenti della realtà, ciascuna completa, ciascuna pensabile. Eppure, una soltanto diventa reale. Perché?
La risposta si fonda su un principio fondamentale: nulla esiste senza una ragione sufficiente. Se esiste questo mondo, e non un altro, deve esserci un motivo per questa scelta.
Questa ragione, per Leibniz, è Dio. Un Dio inteso come intelligenza perfetta, che conosce tutti i mondi possibili e li confronta. E proprio in virtù di questa perfezione non può scegliere a caso: sceglie necessariamente il mondo che realizza il massimo grado di perfezione. Non il più semplice. Non un mondo senza sofferenza. Ma quello che esprime il miglior equilibrio tra ordine e complessità, tra leggi semplici e ricchezza di fenomeni. In questa visione, il nostro universo non è un caso. Non è uno tra molti. È l’unico che esiste — ed esiste perché, tra tutte le alternative possibili, è quello che una ragione perfetta non poteva non scegliere.
Eppure, guardando l’universo con gli strumenti della fisica moderna, questa idea comincia a incrinarsi.
Il principio antropico
Forse non siamo nel migliore dei mondi possibili. Siamo semplicemente in uno dei pochi mondi in cui possiamo esistere.
È questa l’intuizione al cuore del principio antropico. Non dice che l’universo sia perfetto. Non dice che sia stato scelto. Dice qualcosa di più sottile e, in un certo senso, più vertiginoso: tra tutti i modi in cui un universo potrebbe esistere, noi possiamo osservare solo quelli compatibili con la nostra presenza.
Il fine-tuning
Se le leggi della fisica fossero anche solo leggermente diverse, tutto cambierebbe. Le stelle potrebbero non formarsi, e senza stelle non ci sarebbero i pianeti, né gli elementi chimici più complessi. La materia potrebbe non organizzarsi in atomi stabili, e le reazioni chimiche necessarie alla vita non potrebbero avvenire. La complessità — quella che rende possibile la vita, e quindi anche la coscienza — potrebbe non emergere mai.
Anche costanti fondamentali come la costante di gravità, la carica dell’elettrone o la costante cosmologica sono così finemente regolate che un minimo scostamento avrebbe effetti catastrofici sull’equilibrio dell’universo. In altre parole, il nostro universo sembra muoversi su un equilibrio fragile, quasi improbabile.
Ma allora la domanda ritorna, ancora più forte: perché proprio questo equilibrio? È una semplice coincidenza, oppure c’è qualcosa di più profondo che spiega perché le condizioni necessarie alla vita si siano realizzate proprio qui?
Il multiverso
E se la risposta fosse che non c’è stato alcun equilibrio da scegliere?
Alcune teorie cosmologiche suggeriscono che il nostro universo potrebbe essere solo uno tra molti: un frammento, una “bolla”, immerso in un insieme molto più vasto — un insieme di universi possibili, ciascuno con leggi proprie e condizioni differenti.
In questo scenario, non serve più chiedersi perché il nostro universo sia “giusto” o “perfetto”. È sufficiente che ne esistano molti.
Anche se solo una piccolissima frazione di questi universi permette la vita, quella frazione — se il numero totale è grande o addirittura infinito — può essere anch’essa infinita.
E, inevitabilmente, noi ci troviamo in uno di quei mondi in cui la vita può emergere, perché solo in essi possiamo osservare e porci domande come questa.
Lascia un commento